Due parole, così per conoscerci
Erano i primi anni ottanta, e dentro quell’Alfasud grigia la strada verso Ussita pareva non finire mai. Mio padre portava i baffi, mia madre sembrava una bambina, e quella era la nostra prima vacanza.
All’epoca non esistevano le Alpi o i Sibillini, e l’Adriatico non lo avevano ancora inventato: vicino casa mia c’era il mare, e dalla parte opposta, lontano, le montagne. Si poteva andare al mare, anche in ferie se vivevi a Milano, ma non si poteva andare sulle montagne: sulle montagne ci andavano solo gli scalatori o i pastori, ti ci potevi solo arrampicare, e una volta là sopra non c’era niente, a parte pietre e vipere.
Ma dove invece si poteva andare in vacanza, anzi, specie per noi che al mare ci andavamo tutti i giorni, dove dovevi andare per poter dire di essere andato in vacanza, era in montagna.
Così quel lunedì mattina di agosto, dopo aver visto mille volte le montagne avvicinarsi, farsi sempre più alte sopra il tetto dell’Alfa, e correre via lasciando il posto ad altre ancora più alte e minacciose, di colpo ci trovammo davanti una sola enorme montagna, tanto alta e larga che le altre intorno sembravano essersi allontanate per farle spazio.
Ancora trattenendo il fiato, scesi dalla macchina appena mio padre la fermò in mezzo ad un gruppetto di case strette, e con il naso all’insù, gli occhi fissi su quella meraviglia, sentii nonna alle mie spalle tirare dentro più aria di quanta ne poteva contenere, «Che bon’aria!», ancora estasiato mi voltai a guardarla, «Picculì de nonna» fece lei sorridendo buona, poi allargò le braccia e perdendo lei pure lo sguardo nell’aria intorno sospirò «Che bellezza figli mia...Quanta vellezza su sta terra lu caru ddio...»
Sono passati quanti trent’anni, anche oggi è lunedì, e arrivando ad Ussita, per un istante la mia faccia da uomo torna a sorridere commossa come quel giorno, come ogni volta che torno qui.
Mia nonna non c’è più da un pò, e mia madre, Paola, ripete spesso quanto le sarebbe piaciuto stare quassù insieme ogni giorno.
Paola e Michele, mio padre, erano ospiti abituali del campeggio, di proprietà del Comune. Poi è capitata l’opportunità di prenderne la gestione, ed hanno deciso di tentare. Così mentre Paola si occupa della cucina e delle pulizie, Michele divide le sue giornate fra l’amministrazione ed i lavori di manutenzione.
La cucina di Paola si fonda su un’idea semplice come la tradizione contadina da cui deriva: il pranzo della domenica. E la domenica, quando si invitavano a pranzo parenti o amici, si doveva offrire solo il meglio, le pietanze non erano ricercate, ma dovevano assolutamente essere gustose, nutrienti, e genuine. Nella cultura contadina, un buon piatto lo prepari solo se hai ingredienti buoni, se usi soltanto olio d'oliva per condire, se non camuffi i sapori con le spezie o con chissà cosa. Sulla tavola dei contadini, nei giorni di festa non mancavano mai una fetta di ciauscolo o di formaggio, un bel piatto di tagliatelle o di vincisgrassi, un pezzetto di maiale o - a Pasqua - di agnello cotto sopre li carbù, e alla fine magari uno spicchio di crostata o un piattino di crema.
Se alla tradizione contadina aggiungiamo la qualità della carni della Valnerina, i tartufi del nocerino, e il valore del lavoro fatto con impegno e passione, capiamo perché molte delle persone che sono già state ospiti in trattoria tornino periodicamente.
Al pari di quanto succede per chi ha già alloggiato nei bungalow, e torna per godere la calma e la bellezza del paesaggio, le pendici del Monte Bove, ritrovando una sistemazione anch’essa semplice ma dignitosa e confortevole, ad un passo dai principali sentieri e rifugi per esplorare questa zona incantevole dei Sibillini.
Se avete letto questo lungo e poco convenzionale profilo, e se anche voi credete che il vero valore delle cose siano le persone che stanno dietro alle cose stesse, spero vorrete essere nostri graditi ospiti, per un pranzo, un finesettimana, o una vacanza, perchè siete voi, le persone, a dare un senso a ciò che - con amore - facciamo ogni giorno.
Grazie.
Andrea